Anniversario della strage di migranti del 3 ottobre 2013

Non voglio tediarvi con frasi retoriche, vi chiedo solo di riflettere su alcune cose:
1) Quella strage sconvolse tanti e si disse “Mai più”. Ma al “mai più” ci siamo poi assuefatti: ci siamo assuefatti ai morti in mare, ai morti in guerra, ai morti negli attentati, ai morti uccisi dalla polizia…
Sono così tanti i morti che la nostra coscienza non riesce a farsene carico e così arriviamo a pensare che siano morti inevitabili e noi non possiamo farci niente. E, invece, come ha detto papa Francesco, “se non avete niente da dire, almeno fate chiasso”. Ed io aggiungo: facciamoci sentire nelle piazze e quando vengono varate leggi che direttamente o indirettamente ci rendono complici di queste stragi protestiamo in modo pacifico ma fermo “Non nel mio nome”.
2) La questione migratoria è complessa e va affrontata in modo complesso con soluzioni articolate che trasformino un problema in una risorsa ( Si veda il ripopolamento di piccoli centri abbandonati, per fare un esempio banalissimo).
3) Premiamo su governi e centri di informazione affinché riprenda una seria politica che apra ai flussi legali, regolamentandoli sulla base di uno studio serio e approfondito che, non negando a nessuno il diritto di emigrare in sicurezza, regoli i flussi analizzando luoghi di provenienza, età, sesso, situazioni di maggiore o minore urgenza, creando su vasta scala corridoi umanitari sul modello della Comunità di S. Egidio per i paesi in guerra a cui, tra parentesi, dovremmo smettere di vendere armi.
4) Facciamo in ogni modo pressione per programmi di sviluppo locale delle popolazioni, con accordi commerciali paritari che escano dalla mentalità neocoloniale di sfruttamento e anche dalla logica dell’abbandono di un continente dove noi europei, e italiani in particolare, abbiamo lasciato campo libero alla Cina per lo sfruttamento commerciale e a Russia e Turchia per la presenza militare.
5) L’arma migliore per combattere l’estremismo islamico è quella di favorire uno sviluppo rispettoso della dignità delle persone, dei saperi e delle tradizioni per stimolare economie strutture sociali che non facciano violenza né agli abitanti né alla natura.
6) Non lasciamoci sedurre dalle formulette tautologiche con cui certi partiti (occorre dire quali?) da un lato impediscono che vengano rilasciati visti regolari dall’ambasciata italiana creando complicatissime procedure burocratiche o negandolo del tutto (e chiunque abbia provato sa di cosa parlo), dall’altro dichiarando per legge clandestini e illegali quelli che riescono ad entrare e
scoraggiando in ogni modo le buone pratiche di inserimento ed inclusione.
7) Finisco: la soluzione non è quello che è stato fatto con gli accordi con la Libia, mantenendo la coscienza pulita perché chi muore lo fa lontano dai nostri occhi.

La favola del bambino migrante

Nonno Agbezudor era molto vecchio. Era tanto vecchio che nessuno sapeva quanti anni avesse in realtà. Eh sì, perché al tempo in cui era nato non c’era nessun ufficio dove registrare le nascite dei bambini. Si diceva “E’ nato al tempo della grande carestia”, oppure “E’ nato l’anno in cui le cavallette distrussero i nostri raccolti”. Ma l’ anno in cui era nato nonno Agbezudor evidentemente non era successo niente di importante e così nessuno ricordava la sua data di nascita. Ma lui non se ne preoccupava, anzi era molto contento. Diceva che in questo modo sarebbe vissuto più a lungo perché la morte non avrebbe potuto calcolare quando era il tempo di andare a prenderlo. Ogni mattina all’alba andava a sentire l’odore salato del mare. Non poteva più vederlo perché un velo bianco gli era sceso sugli occhi ma era contento lo stesso, gli bastava sentire il profumo e udire la voce del mare. Nonno Agbezudor aveva un nipotino che si chiamava Sam. Sam era un nome straniero, da bianchi, ma era facile da ricordare e così gli era rimasto.

Sam, però aveva un altro nome, un nome segreto che apparteneva alla tribù degli Ewe, alla sua tribù. Glielo aveva scelto l’indovino dopo avere interrogato l’Oracolo. Questo nome era Vinoweto che significa “bambino innocente salvato dalla pozza”. Sam – perché è così che continueremo a chiamarlo anche noi – era un bel bambino vivace con le guance paffute come quelle di uno scoiattolo e due occhietti neri e vivaci. Amava moltissimo il suo vecchio nonno e lo seguiva dappertutto. Fu andando col nonno che Sam imparò a parlare col mare, a capire la sua voce, a sentire quando il respiro delle onde si faceva più ampio e profondo perché saliva la marea. Sam amava il mare. Il nonno gli aveva insegnato che lo Spirito del mare si chiama Mamy Wata, Mamma Acqua perché per i pescatori è proprio come una mamma. Ha la pancia piena di pesci e tutti possono pescarli e mangiare a sazietà. Ma bisogna amarla e rispettarla , altrimenti si arrabbia e diventa terribile, soffia sulle onde che diventano altissime e inghiottono tutto quello che trovano. Da giovane il nonno era stato un bravissimo pescatore, con il remo spingeva la barca al largo anche se c’erano onde altissime e nuotava con forza anche se la corrente era impetuosa. Adesso era diventato vecchio ma era forte e asciutto come se fosse scolpito nell’ebano, la pelle delle mani era dura come cuoio e le rughe che gli solcavano il viso sembravano cicatrici lasciate dal tempo. I capelli erano bianchi e gli coprivano la testa come il vello ricciuto di certe pecorelle ma non si vedevano perché in testa portava sempre un buffo cappello di paglia, da donna. Chissà dove l’aveva trovato…era un cappello vecchio quasi quanto lui, con i bordi tutti rosicchiati. Nonno Agbezudor amava sedersi sotto un vecchio cocotier, una palma da cocco più vecchia di lui. Appoggiava la schiena al tronco scabro dell’ albero e al suo nipotino diceva: “Vedi, questo cocotier è il mio fratello maggiore. Col tronco mi sostiene e con le foglie mi dà riparo. Lo so che i rami non danzano più nel vento, sono rigidi e un po’ secchi, proprio come me ma, vedi, diceva a Sam, anche noi vecchi siamo una parte importante del villaggio perché da giovani abbiamo dato tanto. Io ho regalato il pesce a chi non poteva pescare e il mio fratello albero ha regalato i suoi frutti di cocco, pieni di buon latte e di fresca polpa. Insieme abbiamo sfamato tanti bambini. “Nonno, quando mi insegnerai a pescare?” gli chiedeva Sam. “Per ora accontentati di imparare a nuotare” rispondeva il nonno e, così dicendo, lo portava a cavalcare le onde impetuose o a tuffarsi sotto se erano troppo alte e minacciavano di travolgerli. Gli insegnava a sfruttare le correnti per non essere trascinato al largo e a calcolare l’ora delle maree per non restare intrappolato su qualche sperone roccioso. Ben presto Sam si sentì forte abbastanza per entrare in mare da solo e, così, un bel giorno si tuffò senza aspettare il nonno. Il mare era bellissimo. Luccicava sotto il sole cambiando continuamente colore. Mamy Wata indossava quel giorno il suo vestito più bello: seta cangiante tra il verde e l’azzurro orlata di bianchi merletti di spuma che si disfacevano e si riformavano in continuazione. La riva era piena di conchiglie portate dalla corrente e Sam si sentiva felice. Dal nonno aveva imparato a non avere paura del mare. “Se non hai paura”, diceva il nonno “l’ acqua ti sostiene, ti culla, gioca con te”. Così Sam continuava a tuffarsi e a riemergere. Improvvisamente, però, nell’acqua vide un’ombra scura, poi un’altra e poi un’altra ancora. Sam era un bambino coraggioso e non si spaventava facilmente, ma vedendo quei pesci tanto grossi che gli nuotavano intorno pensò che fossero squali e rabbrividì di paura. Cominciò a gridare chiamando aiuto “ Nonno, nonno corri!!”. Il nonno, sentendo queste grida di terrore, corse più veloce di quanto le sue stanche gambe gli consentissero, ma appena fu sulla riva scoppiò a ridere e a prendere in giro il povero Sam. “ Oh bambino pauroso, non senti la loro voce? da quando in qua gli squali parlano? Sono delfini, mio piccolo marinaio e sono venuti a giocare con te. Sanno che sei un amico del mare e hanno nuotato fin qui per festeggiarti e darti la loro amicizia. Non avere paura, non ti faranno alcun male”. Sam si calmò all’istante e si vergognò moltissimo della sua paura. Un marinaio come lui, scambiare delfini per squali… imperdonabile. Ma stare in mezzo ai delfini nuotando vicino a loro era così bello che ben presto dimenticò di essere stato uno sciocco. Li guardava saltare e batteva le mani felice. Sollevava spruzzi anche lui battendo i piedi e li chiamava. Quando, alla fine, i delfini andarono via, si sentì come se avesse ritrovato, dopo tanto tempo, dei fratelli lontani che non lo avrebbero abbandonato mai più. I giorni passavano sereni e un mese dopo l’altro anche gli anni passarono. Sam era diventato un bel ragazzino di 13 anni, alto e robusto mentre il nonno diventava sempre più vecchio e stanco. Un giorno non riuscì ad alzarsi dalla sua stuoia accanto al fuoco e capì che era giunta la sua ora, il momento in cui sarebbe passato nel Mondo Invisibile dove abitano gli Spiriti Buoni, gli Antenati. Così chiamò Sam, gli disse di avvicinarsi e gli parlò: “ Vedi Vinoweto, il momento è così importante che ti chiamo con il tuo nome segreto. Io sto per andarmene in un posto dove tu non puoi vedermi. Ma non ti lascerò solo, ti guiderò e ti proteggerò. Ascoltami bene: presto verranno uomini cattivi che ci toglieranno la nostra terra e grandi navi con reti fittissime che porteranno via tutti i pesci, anche quelli più piccoli, finchè la pancia del mare rimarrà così vuota che i pescatori non riusciranno a sfamare più i loro figli. Tu, allora, vendi quel pezzetto d’oro che un bianco mi regalò molti anni fa per ringraziarmi di avergli salvato la vita. E’ nascosto nella terra sotto la pentola di coccio, là nell’angolo. Col denaro ricavato cerca di raggiungere l’Europa. E’ una terra molto lontana ma là starai bene”. Sam prese la mano del nonno e se la portò al petto. Grosse lacrime gli rigavano le guance e gli impedivano di parlare. Allora il nonno, sentendo il suo dolore gli regalò un ultimo sorriso e gli disse: “Vinoweto tu sei un uomo ormai e devi essere coraggioso. E poi ricorda: amare vuol dire lasciare andare”. E detto questo, chiuse gli occhi e si addormentò per sempre. Per il funerale del nonno arrivarono persone importanti e persone semplici da tutti i villaggi vicini perché il nonno era stato un uomo saggio e buono. Per un’intera settimana, giorno e notte, rullarono i tamburi e danzarono le Maschere per accompagnare il nonno nel suo viaggio verso il Mondo degli Antenati. L’ultimo giorno, prima che il corpo del nonno, avvolto in una stoffa bellissima scendesse sotto terra, arrivarono a rendergli omaggio decine di delfini, tutti quelli che il nonno aveva salvato quando erano rimasti incagliati nelle reti o rischiavano di restare soffocati dalla plastica che uomini senza cervello avevano gettato in mare. Era il loro modo di onorare un uomo buono e giusto, rispettoso della natura. Ma il funerale era finito da poco, che accadde tutto ciò che il nonno aveva tristemente previsto. Arrivarono grandi navi da un paese lontano e presero tutto il pesce senza dargli il tempo di riprodursi. Il mare che era stato tanto ricco non diede più niente. Sulla spiaggia non c’era più nemmeno una conchiglia, solo orribili buste di plastica nera e vecchie scarpe spaiate. Contemporaneamente arrivarono degli uomini bianchi con fogli e strani strumenti. Misuravano, misuravano e poi andavano via. Gli anziani si radunarono sotto l’albero sacro ma nessuno capiva cosa volessero. Finchè un brutto giorno, un bruttissimo giorno, insieme a loro vennero molti operai e cominciarono a recintare la spiaggia e gran parte della terra all’interno. Dissero ai pescatori che dovevano andarsene perché non avevano nessun diritto su quella terra, non l’avevano comprata. “Ma la terra è come l’aria, non si può né comprare né vendere” rispondevano i pescatori. “E’ nostra perché su questa terra abitavano i nostri genitori e, prima di loro, i genitori dei genitori, fino alla notte dei tempi”. Tuttavia non ci fu niente da fare. Venne anche l’esercito per cacciare i pescatori e a Sam non restò altro da fare che eseguire le ultime volontà del nonno. Col suo pezzetto d’oro andò in città nel quartiere libanese dove c’erano tanti negozi e là, in cambio dell’oro ricevette del denaro. Era tanto, era poco? Il nonno gli aveva detto che sarebbe bastato. La città era terribile, solo cemento e macchine, migliaia, milioni di macchine e puzza. I gas di scarico lo soffocavano, il rumore incessante lo confondeva. Trovò alla fine un passaggio su un camion stracarico di gente che, come lui, aveva venduto tutto per andare in Europa. Si stringevano per farsi forza senza avere il coraggio di guardarsi negli occhi. Aveva dato tutti i soldi a certi uomini che parlavano una strana lingua, che gli avevano promesso di farlo arrivare in Europa. Quelli che non avevano abbastanza soldi venivano cacciati via. Sam non aveva mai visto tanta cattiveria, tanta violenza. Com’era lontano il suo villaggio dove tutti si conoscevano e si aiutavano! Impiegò quasi un anno ad attraversare il deserto. Lui e gli altri dovettero attraversarlo a piedi e fu terribile. La sabbia bruciava e la pelle si screpolava, arsa dal sole. Finalmente, all’alba di un giorno d’estate videro il mare. Sam si sentì ad un tratto felice. Respirava di nuovo a pieni polmoni quell’odore umido e salato, sentiva il mormorio delle onde. Lo fecero entrare dentro una barca. Lui aveva pagato molto, aveva diritto a stare sopra; chi aveva pagato poco aveva diritto a stare sotto dove c’era la puzza della benzina e il rumore del motore. Sam non riusciva a pensare a niente se non che la meta doveva essere vicina. Vide che la barca era vecchia e sovraccarica, ma pensò che forse l’Europa era così vicina che ci si poteva arrivare in poche ore anche con una barca malandata come quella. Si misero in mare. Viaggiarono tutto il giorno sotto un sole cocente. Sam aveva molta sete ma l’acqua a bordo era pochissima e l’avevano lasciata per le donne e i bambini più piccoli. Al tramonto era stremato e mentre il disco rosso del sole entrava nel mare e lo tingeva di viola, si addormentò. Sognò il nonno e poi una donna bellissima con le trecce e un vestito azzurro e poi ancora il nonno. “ Non aver paura” gli diceva “i delfini verranno a prenderti e ti salveranno”. In quel momento udì un rumore fortissimo e si ritrovò scaraventato in mare. L’acqua era fredda. Intorno a lui sentiva grida, il fischio delle sirene, luci che spazzavano la superficie del mare. Cercava di sostenere una donna che non sapeva nuotare, ma nello sforzo di rimanere a galla non sentiva più le braccia e le gambe. Si lasciò andare. Non voleva più resistere, lottare, voleva cedere all’abbraccio del mare. Svenne e così non capì bene cosa successe dopo. Solo che qualcosa o qualcuno lo sollevava e lo portava in salvo. Erano stati i delfini come gli aveva detto il nonno? Non importava, importava solo essere in salvo, al caldo dentro una coperta tutta luccicante. Era questa l’Europa? Che strano… a lui sembrava di essere ancora in Africa. Era arrivato in un’isola molto piccola i cui abitanti erano pescatori. Che cosa buffa! Gli veniva quasi da ridere: aveva fatto un viaggio lunghissimo per arrivare in un posto tanto simile al suo villaggio pieno di ragazzi come lui e di vecchi come il nonno. Con la pelle un po’ più chiara, questo sì e un dialetto diverso ma per il resto uguali a loro: buoni, ospitali e rispettosi del mare. Rimase per sempre con loro e diventò pescatore come il nonno. Si chiamò “ Salvo” che nel dialetto dell’isola significa più o meno “ Vinoweto”.

Luciana Riggio

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